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29 luglio 2012

Il fascino della fotografia

Fotografia di denuncia, fotografia d'arte.. no, grazie.
O meglio, se capita sì, ma fondamentalmente ciò che mi ha colpito della fotografia, fin dal primo istante in cui me ne sono interessato, ovvero 10 anni fa precisi precisi (ho guardato e letto e basta, poi più o meno nulla per 4 anni..), e che non mi ha mai lasciato neanche nei miei momenti di pausa (di riflessione? di depressione - legata alla fotografia e al mio non sapere che fare con questo mezzo -? di altro?) è il potere di memorizzare il proprio mondo e di poterlo vedere e farlo vedere cercando qualcosa che potesse portare il.."guardatore" ad annusare altra vita.
Ovviamente bisogna essere bravi in ciò: se prendo una foto urbana della prima metà del'900, capisco chiaramente che venne fatta per documentare una zona della città, proprio come le cartoline del mare o le foto turistiche che devono mostrare chiaramente le zone visitabili, come una sorta di elenco di punti d'interesse, un catalogo da supermercato, mentre io cerco (calmi, ho detto cerco, non voglio dire che ci sia già riuscito!) di togliere punti di riferimento, informazioni, per accrescere il mistero e poter immaginare che quella foto l'abbia fatta chissà dove, o ancor meglio, che quella foto riguarda un aspetto generale della nostra società.

La nostra società.
Noi siamo convinti di essere i buoni che devono girare il mondo per salvare il mondo, i poveri, i malati.
A parte il fatto che anche il nostro vicino di casa può stare malissimo, non penso che la fotografia di denuncia possa cambiare le cose: lo sfruttamento e le guerre ci sono da millenni, da quando esiste il Patriarcato, mentre noi viviamo nell'illusione che entro 5-10-20 anni si possa azzerare la mortalità infantile, i malati di questa o quella malattia, la fame, ecc. Lo spero (anche se per quanto riguarda il primo dramma penso: "Siamo già 7 miliardi, se non ci fosse una sorte di selezione naturale, il mondo ora sarebbe esploso!"
Ma è non è la nostra società che ci porta ad insozzare il mondo? Che ci porta a pensare solo al nostro ombelico? Come dice Martin Parr, è molto più utile (oltrechè originale) in questi anni, riprendere la società occidentale con i suoi vari difetti e manie. Fra cui i malati di marchingegni fotografici, gente che si masturba pensando ai propri teleobiettivi, e i malati delle foto di guerra: più c'è sofferenza, più la foto è riuscita, più che dolore, sangue e morte, più si hanno chances di ottenere attenzione, successo e soldi, anche se la vita reale di quei poveracci non potrà mai cambiare. Penso che molti di quelli che vivono per riprendere le guerre e i drammi in generale, non possano volere la fine di queste cose, perchè è la loro droga, la loro ragione di vita: se la gente non soffrisse, loro non proverebbero pietà e se non la provassero, impazzirebbero e si deprimerebbero vedendo la gente, non dico felice, ma mediamente in salute.

Dicevo dei posti dietro casa che posso portare a vederci il mondo in esso..
Ieri ho iniziato a leggere il libro, sulla sua vita, sulle sue foto e sulla fotografia di Ferdinando Scianna, intitolato "Autoritratto di un fotografo", che ho appena terminato di leggere, e ciò che mi ha colpito è il fatto che nonostante lui abbia girato il mondo per conto di famosi giornali e agenzie (L'Europeo e Magnum su tutti), realizzando fotografie di eventi, drammi e vita in generale, in Francia, India, Bolivia, Libano, ecc., il suo sguardo fotografico riflette la sua terra, la sua Sicilia, una Sicilia che, se posso osare il termine, definirei ancestrale. Iniziò ovviamente nel suo paese a realizzare fotografie di scene di vita per strada ("street ph", e qualche ritratto) e penso che cercò sempre quei volti, sensazioni, profumi e luci nel mondo. Alla fine ciò che più sente suo, son proprio quelle scene di vita e quei volti della Sicilia che ha salvato con estrema grazia nelle sue fotografie. Lui è la Sicilia. E' questo ciò che conta del suo lavoro.
Ciò che conta pe lui e per noi, perchè ci insegna a rivalutare il nostro mondo, questo tipo di fotografia, come anche altri reportages ma a colori di D.A.Harvey, ci sprigionano un qualcosa dentro che ci invoglia ad uscire, ed è questa la cosa fondamentale, perchè se la fotografia fosse solo un documento annoierebbe un sacco sia farla che guardarla, invece quando ogni cosa, sia esso un oggetto o una persona, vengono ripresi con empatia, scatta qualcosa che ci fa sentire più vivi assieme a questo dato soggetto!

E concludo con una frase mitica di un collega sia di Parr (anche se era contrario al suo ingresso nella Magnum) sia di Scianna (per lui era, e vorrei vedere, il Maestro per antonomasia), Henri Cartier-Bresson:
"Della fotografia non me ne frega nulla, ciò che conta è la vita!"

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