In questi giorni ho visitato diverse mostre in centro a Torino, complice anche la mia nuova tessera di Abbonamento Musei.
Sono
rimasto affascinato da quella di Frank Horvath alla Sala Chiablese, che
per fortuna è stata prorogata fino al 10 giugno 2018, comprendente
anche una sua collezione privata di stampe di altri fotografi famosi dei
decenni passati. Poi mi è piaciuta anche quella di Renato Guttuso alla Gam
(fino al 24 giugno 2018), perché ho visto i suoi dipinti, anche quelli
giganteschi, per la prima volta in vita mia. Mi ha colpito anche la
mostra presenta al MAO dedicata ai 7000 anni di arte,
dove ogni reperto è stato inserito in apposite sale divise in base alla
geografia, all'area e al loro interno, a loro volta mostrate
cronologicamente. Ad esempio c'è l'Iran, l'Arabia, il Pakistan, la Cina,
il Giappone, ecc. La sezione che ho preferito è stata quella dedicata
al Buddhismo! Ma ogni sala è piacevole, perché sotto ogni pezzo c'è una
descrizione completa di nome, secolo in cui venne creato e luogo (città)
del ritrovamento. Inoltre sono numerosi i pannelli che presentano
queste collezioni. Bisogna comunque essere veramente motivati e
interessati per leggerli e comprenderli tutti.
Perché
questo post? Perché ieri ho letto un articolo dedicato ai musei ("Non si uccidono così anche le statue?" di Maurizio Assalto, La Stampa di venerdi 9 marzo 2018), in cui
l'autore si chiede che è di un reperto archeologico quando viene
estrapolato dal suo contesto e finisce dentro una teca? Al MAO sentivo
di persone, alquanto mature, lamentarsi per i lunghi testi, ma un museo
non dev'essere una semplice carrellata di opere gradevoli, specialmente
quando si tratta di Storia!
L'articolo, che si rifà in realtà a domande poste da artisti all'interno della mostra 'Anche le statue muoiono',
continua così: il museo è il luogo della conservazione, ma
contradditoriamente il luogo della distruzione, nella misura in cui
riduce i reperti a feticci decontestualizzati di cui ignora la storia.
Quando salviamo una rovina dal suo declino, non stiamo forse rinnegando
la sua condizione di rovina? Questa domanda mi è molto cara, per via del
fatto che proprio qualche giorno fa, stavo riflettendo su questo
concetto, guardando dei manufatti restaurati, col risultato che alla
fine parevano finti..
Continua: 'Nella nostra parte di
mondo la riparazione delle ferite è un aspetto inseparabile della
conservazione, mentre nelle altre culture una ferita si guarisce
esibendola'.
Queste ferite, però, sempre se decontestualizzate come detto prima, accentuano la rovina. Leggo, infatti: 'Il paradosso è che a Ninive quelle meraviglie non esistono più, distrutte dalla tragedia che ha inghiottito l'Iraq; sopravvivono le parti "uccise"/decontestualizzate nei nostri musei che, conservando, distruggono, ma distruggendo qualche cosa conservano.
Ottimo articolo (ovviamente questi sono solo i punti che mi son segnato) che fa riflettere alquanto.
A questo si può collegare quello di Vittorio Sabadin titolato 'Macron e l'Africa: restituire l'arte razziata? Gli esperti sono scettici'.
Attualmente in Francia le norme vogliono che le collezioni siano inalienabili e il nuovo presidente Macron, le vuole cambiare, per poter restituire alcune opere ai musei africani.
Vorrebbe coinvolgere anche la Germania, altra grande predatrice del 'Contintente Nero', e pare che verranno restituiti quegli oggetti la cui raccolta 'violò gli standard etici e legali vigenti all'epoca nella colonia'. Mah, rifarsi alle leggi del 900 e dell'800, quando non c'era l'attuale repubblica e democrazia, mi pare un modo burocratico per dire NO, ci teniamo tutto. Infatti poco dopo si legge: 'Non sarà restituito alla Tanzania lo scheletro del Barchiosaurus brancai recuperato nel 1909 perché lo scavo avvenne senza utilizzo di schiavi e gli operai furono pagati'. Quante ore lavorarono e che paga gli venisse concessa, non ci è dato sapere. Tutto ciò mentre Macron vuole compiere grandi restituzioni al Benin (troni, porte sacre e insegne regali del regno di Dahomey).
Un'altra tesi vuole che non avvengano restituzioni per assicurarsi che certi reperti, certe opere, continuino ad esistere. Si fa infatti l'esempio dell'obelisco di Axum restituito nel 2005 dall'Italia alla Libia, dove rimase diviso in tre parti per alcuni anni (c'è però da dire che anche in Italia non ebbe vita facile durante la 2^ GM), per non parlare delle mummie egizie che venivano frantumate e usate come combustibile prima che gli archeologi europei le salvassero.