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28 settembre 2010

La Street Photography è viva!

Fino al 14 novembre in Italia ci sono due mostre fotografiche, a Venezia e a Modena, sulla street photography, con immagini realizzate/scattate da due grandi: Stanley Kubrick e Daido Moryiama.

Si può proprio dire che il primo le realizzò, ovvero le pensò da vero futuro regista cercando la giusta posizione del soggetto per farlo "interagire" al meglio col suo ambienta di lavoro e di vita, mentre il secondo le scattò e le scatta ancor'oggi "al brucio", infatti Daido è come un cane vagabondo che gira per Tokyo a qualsiasi ora con la sua compatta analogica.


Sito mostra Kubrick

Da giovanissimo Kubrick realizzò diversi servizi fotografici per "Life" grazie a cui sono diversi gli eventi, le ambientazioni e soprattutto i tipi di persone che ci vengono mostrate con uno stile veramente impeccabile.
A volte non si sa se sono scatti di vita vera o riprese fatte dentro un set, talmente è l'attenzione per la persona e il contesto.


Esempio di fotografia di Kubrick in cui la vita reale incontra una scenografia che la innalza

Moriyama è molto più vicino ai nostri tempi, le sue foto anch'esse in bianco e nero sono di tutt'altra valenza. Troviamo in molte un forte contrasto e come un senso di desolazione mostrandoci persone che vivono nel buio, vittime e protagoniste, desolazione che però viene combattuta metaforicamente attraverso il forte contrasto che sgomenta, che dà vita.
Ecco due esempi:
Danx

24 settembre 2010

Everyday home

Titolo un pò internazionale per giustificare questa piccola serie di snapshot fatte in casa:

















Danx

23 settembre 2010

Poster contro la fame nel mondo

Ho scoperto grazie a mio padre dell'esistenza di un concorso indetto dall'ONU per attirare l'attenzione sul problema della fame in Africa.
La foto vincitrice, e l'articolo, a riguardo la potete vedere qua, ma in realtà si tratta di un'operazione grafica, di un fotomontaggio:

Sopra i busti dei leader mondiali, come i politici dei G20, e sotto le gambe di bambini magrissini.

Sicuramente attira l'attezione, ma questa unione così diretta può lanciare più di un messaggio: i politici sono la causa dei mali del mondo; il nostro futuro sarà come quello di questi africani. I cattivi sono i nostri politici. Sicuri? Ma se li votiamo noi..allora siamo stupidi! La realtà è che a rovinare il mondo non sono tanto loro quanto il mondo delle mega aziende, mega industrie che a volte sono amiche dei vari dittatori, ma l'attenzione è rivolta sempre e solo ai politici e penso che questi siano stati creati proprio dalle industrie per distogliere l'attenzione dai veri problemi.
Inoltre vorrei sapere se le due fotografie unite al computer sono state realizzate da lui. Se così non fosse, sarebbe giusto e necessario inserire i nomi dei due autori, senza i quali questa immagine non sarebbe stata possibile.

PS: una cosa che non sopporto è l'usare sempre i bambini per rappresentare il problema della fame nel mondo, purtroppo anche i vecchi soffrono, ma lo sanno quelli dell'Onu e tutti gli altri, compreso tu che leggi? Dico questo perché io sono stato bambino fino a poco fa e so bene che i bambini sono più forti di quel che si pensa, infatti quando vedono un adulto triste o ferito si impietosiscono come quando noi guardiamo un bambino in quelle condizioni, ovvero reputano il diverso da loro più incline alla sofferenza e vorrebbero aiutarlo.

8 settembre 2010

Il bel paesaggio serve agli struzzi e ai criminali

L'altro giorno, mostrando una foto ad una persona, mi son sentito chiedere perché non avessi tentato di nascondere un cassonetto della spazzatura.


Il cassonetto che non era assolutamente il soggetto principale e mi dispiace ma fa parte del nostro paesaggio da svariati decenni e di-mostra la nostra dipendenza da uomini di buona volontà che vengono a raccogliere i nostri rifiuti (eh sì, perché noi viviamo per consumare e gettare, nonostante il nostro andare in giro vestiti belli puliti e che la nostra unica preoccupazione sia il guadagnare per spendere come se ciò non avesse conseguenze).
Questa mia foto voleva semplicemente mostrare la fine della città con i suoi sempre presenti segni umani che non l'abbandonano neanche nei suoi "bordi".
Si potrebbe parlare di colonizzazione della utile banalità.

In realtà il soggetto, anzi i soggetti, sono due: l'erba di un giardinetto illuminato da un lampione e il boschetto, oltre la strada, completamente al buio, natura pura.
Purtroppo la fotografia è intesa o come (bel) ricordo o come bel paesaggio, non è ancora presente nell'uomo comune il sentirla come un mezzo per esprimersi artisticamente o sulla società o entrambe le cose.
Artistica forse sì, ma in maniera idealizzata, romantica, nostalgica, ovvero intesa non come rapporto con la realtà, ma coi propri sogni onirici: si cercano paesaggi di terre incontaminate dove il sole o la luna ci rapisce, e alla fine questo non è altro che un metodo per giustificare l'inquinamento prodotto anche dal singolo che infatti dice che "il mondo è bellissimo" e non si rende conto che è sempre più in rovina a causa del suo fregarsene delle discariche, degli enormi posteggi e dell'inquinamento di tutti i suoi viaggi fattiper ammirare il mondo (anzi, solo la parte che i tour operator e i governi vogliono mostrargli).


Nella primavera del 2009 ero in una zona collinare, ricca di ex paeselli ora in espansione per donare ad ex cittadini un bel riposo, una bella dimora fra le vallate, peccato che questo sviluppo lo sia del mattone, del cemento, del bitume, sviluppo che annienta il verde, quindi il famoso bel paesaggio, e l'unicità di ogni singolo paese che ora si ritrova ad avere delle periferie grige, composte come in città da muri e automobili. Il paesaggio banale e distruttivo che avanza grazie anche al menefreghismo dei romantici.

Forse è causa di questa non-curanza, di questa accettazione acritica della realtà distruttiva e strettamente contemporanea, se gli abitanti di queste zone alienanti si credono nel giusto, fuori da ogni possibile critica e denigrazione: quando realizzai queste fotografie il problema di un autoctono (?) non fu quello di vergognarsi di questa "colata di cemento" e scusarsi per lo scempio, ma assicurarsi che io non fossi un ladro.
Un ladro??? Di giorno, con macchina foto abbastanza voluminosa e cavalletto???
Figurarsi se sono un ladro, da queste persone non accetterei neanche un regalo!

"I segni. Li potrei fare anche sulla carta, nel mare, ma sarebbero tutti voluti, quindi tutti falsi. Il paesaggio è pieno di segni, di simboli, di ferite, di cose nascoste
(Mario Giacomelli)

1 settembre 2010

Su Gary

Ieri, parlando di tecnica e stile, ho menzionato e allegato 3 foto di Gary Winogrand.
Qui con me ho un libro a lui dedicato, un libro del 1990 chiamato Winogrand - Finzioni dal mondo reale, con testo di Szarkowski, famoso curatore e critico di fotografia.

Da alcune sue frasi si denota la passione che c'è nello scattare e realizzare foto, non perché si è appassionati del mezzo ma della vita, passione che supera ogni limitazione, infatti secondo me e anche secondo altre persone ben più importanti di me, la fotografia serve per mostrare al prossimo ciò che una persona attenta al mondo circostante nota e al modo in certe cose sono messe in relazione che possono, a volte, dare un'idea generale della nostra società.

Ecco quindi le frasi che mi hanno maggiormente colpito e che potranno farvi capire che, se si vuole mostrare il mondo per quello che è, senza cercare di migliorarlo perché tanto ci pensano già i politici e la pubblicità ad edulcorare ciò che invece merita di essere denigrato, lo si può fare, basta eliminare in parte il proprio egoismo che ci fa vedere solo ciò che vogliamo comprare.

"G.W. scoprì la fotografia, o se la trovò di fronte, in un momento della storia di quest'arte in cui una nuova generazione di primitivi minacciava di ridefinirla o prenderne il controllo. [..] Agli esordi di W. si poteva partire con poco più che energia, fiducia in se stessi e avversione per i lavori che obbligavano a timbrare un cartellino. [..] La mancanza di competenza tecnica tradizionale, ma anche l'esempio del nuovo cinema italiano (Rossellini e De Sica) con la grana grezza e la scala di grigi espressivamente brutta delle sue pellicole, e la stessa immagine popolare del fotoreporter come avventuriero e uomo d'azione, troppo sotto pressione per badare alle raffinatezze, contribuirono a un nuovo atteggiamento verso le idee tradizionali di qualità fotografica.

L'obiettivo non era più la chiarezza, ma l'autenticità.

Più che descrivere il soggetto lo si accennava. Le immagini sembravano emergere direttamente e spontaneamente dal flusso della vita reale, sembravano il frutto non di regole e calcoli, ma d'intuizione e intensità di percezione. Non mi sembra esagerato affermare che agli occhi dei "giovani turchi", una fotografia del tutto nitida, completamente impressionata nelle ombre e priva di granulosità era insincera. Aggiungere luce artificiale, poi, era peggio: autentica frode.
Ai nuovi fotografi le vecchie immagini sembravano concepite, pensate, programmate, composte a priori: erano poco più che illustrazioni.
Lo spirito di quanto stava per accadere fu come preannunciato da una frase che Doisneau aveva scritto sul retro d'una delle stampe presentate alla Photo League: "Il fotografo deve assorbire, come un tampone, lasciarsi permeare dal momento poetico. La sua tecnica dev'essere come una funzione animale, deve operare automaticamente." Il nuovo purismo ricevette l'avvallo di Cartier-Bresson che nella sua introduzione a The decisive moment bandì l'uso di lampade "per il rispetto che si deve alla luce reale, anche quando non c'è."
I fotografi della luce disponibile tesero ad avvicinarsi sempre di più ai soggetti, a includere sempre meno nell'inquadratura, e le loro migliori immagini finirono per somigliare a poster. Il nuovo stile sacrificò ogni altro valore alla semplicità. Era uno stile alimentato dalle riviste, volto a produrre immagini che trasmettessero significato alla prima occhiata, ma finì anche per produrre immagini il cui significato sembrava esaurirsi alla prima occhiata.

A metà degli anni '50 l'opera di Winogrand aveva a fondamento solo la sua intenzione nel rispondere alle richieste del lavoro nelle riviste e i giudizi d'un ristretto gruppo di colleghi.
Della storia della fotografia, come della storia di molte altre cose, non sapeva nulla. Svolgeva un'attività entusiasmante, che lo teneva sempre in movimento e gli veniva pagata il che non cessava di sorprenderlo. La fotografia era una sorta di magia per la quale aveva inclinazione e talento, come un altro poteva averlo per gli scacchi. C'è da dubitare che gli accadesse mai di chiedersi, allora, se non poteva essere anche utile: una domanda cui avrebbe esitato a rispondere ancora venticinque anni dopo. Ma la visione del libro "American Photographs" di Walker Evans l'avrebbe ricordata come la prima volta in cui delle fotografie l'avevano stimolato a capire. Intuì, come non gli era mai successo, che la fotografia poteva avere a che vedere con l'intelligenza.

Winogrand parlò della crisi dei missili di Cuba del 1962 come d'un episodio cruciale nella sua vita. Per giorni e notti, finché l'esito rimase sospeso, camminò per le vie in preda allo sconforto, temendo per la vita della sua famiglia, di se stesso e della sua città, e sentendo tutta la propria impotenza a influire sugli eventi si rese conto di non essere niente (impotente, insignificante, fragile) e questa consapevolezza, disse, lo liberò. Non era niente, quindi era libero di vivere la propria vita. Fu allora che pose termine al suo impegno politico, abbandonò il Young Democratic Club e l'American Society of Magazine Photographers, e per il resto della vita non aderì più, pare, ad alcuna organizzazione e rinunciò a votare.

..era convinto che una fotografia riuscita dovessere essere più interessante del soggetto fotografato, eppure non tirava fuori la macchina se non di fronte a qualcosa che lo interessasse nella vita. Il successo, la vitalità ed energia delle migliori immagini, era il risultato d'un conflitto tra le tendenze anarchiche della vita e la volontà di imprimerle una forma. [..] Fin dall'inizio le sue opere migliori s'imposero con forza e chiarezza. La qualità nervosa, maniacale, quasi caotica di quelle inquadrature esprimeva perfettamente un senso della vita in qualche modo sospeso tra l'eccitazione animale e l'angosciata coscienza del disastro morale.

Nei primi anni '60, ispirandosi a "The Americans" di Robert Frank, esplorò le potenzialità del grandangolare e se ne servì per inquadrare quello che voleva senza perdere il vantaggio d'una distanza ravvicinata. [..] Non gli interessava scattare fotografie che sapeva in anticipo riuscite, e si può dire che negli ultimi vent'anni di vita non ne abbia scattata una, a parte il lavoro commerciale, di cui fosse sicuro che sarebbe stato soddisfatto. La sua frase sicuramente più citata, come sintesi della sua posizione, è che fotografava per vedere che aspetto assumevano, da fotografie, le cose che lo interessavano. Come molti suoi epigrammi, sembrava fatto apposta per far infuriare i custodi della sapienza fotografica tradizionale. Apparentemente era una posizione agli antipodi di quella di Edward Weston, che affermava di tendere a visualizare la stampa finita in ogni dettaglio e tonalità prima di far scattare l'otturatore. Winogrand non avrebbe mai voluto visualizzare in anticipo un soggetto, che lo interessava solo finché era in trasformazione, in procinto di diventare qualcosa d'altro; fino a quando la sua attenzione reggeva, un soggetto era per lui teoricamente inesauribile, per cui continuava a scattare e a muoversi, a correggere l'inquadratura, cambiare posizione, comporre e ricomporre gli elementi aspettando un momento di tregua, ma così provvisorio da non dare quasi l'impressione di fermare il flusso del mutamento. Diceva che se nel mirino gli capitava di vedere un'immagine familiare faceva qualcosa per modificarla, qualcosa che lo mettesse di fronte ad un problema irrisolto. Arretrava o sceglieva un obiettivo più corto, il che generava più elementi da organizzare e, mutando il carattere del contesto, modificava il loro significato. Per lui la vicinanza è la scelta più facile, non necessariamente la migliore. Fino a che punto la parte più importante del soggetto può essere ridotta di dimensioni rispetto al campo totale e tuttavia restare descritta con chiarezza? E in che modo gli altri elementi inclusi nell'inquadratura incidono sul significato della parte più importante del soggetto?
La direzione in cui si modificarono le sue idee sulla forma fotografica è illustrata da due immagini di partite di rugby, nella prima del 1953 c'è il confronto fra il giocatore padrone della palla e l'avversario che lo placca, descrizione chiara, mentre la seconda è forse l'unica fotografia d'una partita di rugby scattata a bordo campo in cui siano visibili tutti e ventidue i giocatori. Il soggetto non è il momento drammatico ed eroico del confronto, bensì la violenza caotica nella sua eccitazione, l'essenza del caos, non semplicemente il caos.
La seconda foto non semplifica nulla, eppure fa pervenire la realtà a un ordine non visibile prima.
Col passare degli anni i suoi soggetti divennero più complessi, il loro sviluppo più imprevedibile e le speranze di successo d'ogni fotografia minori."

Mia conclusione: chi bada troppo alla tecnica ed alla perfezione rischia di allontanarsi dalla realtà e di creare immagini senza personalità, uguali a quelle di tanti altri perfezionisti, o immagini basate sulla forma.

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