
Il cassonetto che non era assolutamente il soggetto principale e mi dispiace ma fa parte del nostro paesaggio da svariati decenni e di-mostra la nostra dipendenza da uomini di buona volontà che vengono a raccogliere i nostri rifiuti (eh sì, perché noi viviamo per consumare e gettare, nonostante il nostro andare in giro vestiti belli puliti e che la nostra unica preoccupazione sia il guadagnare per spendere come se ciò non avesse conseguenze).
Questa mia foto voleva semplicemente mostrare la fine della città con i suoi sempre presenti segni umani che non l'abbandonano neanche nei suoi "bordi".
Si potrebbe parlare di colonizzazione della utile banalità.
In realtà il soggetto, anzi i soggetti, sono due: l'erba di un giardinetto illuminato da un lampione e il boschetto, oltre la strada, completamente al buio, natura pura. Purtroppo la fotografia è intesa o come (bel) ricordo o come bel paesaggio, non è ancora presente nell'uomo comune il sentirla come un mezzo per esprimersi artisticamente o sulla società o entrambe le cose.
Artistica forse sì, ma in maniera idealizzata, romantica, nostalgica, ovvero intesa non come rapporto con la realtà, ma coi propri sogni onirici: si cercano paesaggi di terre incontaminate dove il sole o la luna ci rapisce, e alla fine questo non è altro che un metodo per giustificare l'inquinamento prodotto anche dal singolo che infatti dice che "il mondo è bellissimo" e non si rende conto che è sempre più in rovina a causa del suo fregarsene delle discariche, degli enormi posteggi e dell'inquinamento di tutti i suoi viaggi fattiper ammirare il mondo (anzi, solo la parte che i tour operator e i governi vogliono mostrargli).
Nella primavera del 2009 ero in una zona collinare, ricca di ex paeselli ora in espansione per donare ad ex cittadini un bel riposo, una bella dimora fra le vallate, peccato che questo sviluppo lo sia del mattone, del cemento, del bitume, sviluppo che annienta il verde, quindi il famoso bel paesaggio, e l'unicità di ogni singolo paese che ora si ritrova ad avere delle periferie grige, composte come in città da muri e automobili. Il paesaggio banale e distruttivo che avanza grazie anche al menefreghismo dei romantici.
Forse è causa di questa non-curanza, di questa accettazione acritica della realtà distruttiva e strettamente contemporanea, se gli abitanti di queste zone alienanti si credono nel giusto, fuori da ogni possibile critica e denigrazione: quando realizzai queste fotografie il problema di un autoctono (?) non fu quello di vergognarsi di questa "colata di cemento" e scusarsi per lo scempio, ma assicurarsi che io non fossi un ladro.Un ladro??? Di giorno, con macchina foto abbastanza voluminosa e cavalletto???
Figurarsi se sono un ladro, da queste persone non accetterei neanche un regalo!
"I segni. Li potrei fare anche sulla carta, nel mare, ma sarebbero tutti voluti, quindi tutti falsi. Il paesaggio è pieno di segni, di simboli, di ferite, di cose nascoste”
(Mario Giacomelli)
(Mario Giacomelli)
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