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19 marzo 2019

Secondo Pia, il fotografo della Sindone e del Romanico astigiano

Pur essendo totalmente ateo e nutrendo serissimi dubbi sulla Sindone, non posso non menzionare Secondo Pia per due ragioni: perché (ri)scoprì l'affascinante stile architettonico del Romanico Astigiano nel Monferrato e dintorni, e perché si scagliò contro l'abbandono e il menefreghismo.

In corso Alfieri 381 ad Asti, c'è una mostra dedicata a lui e alle sue migliaia di fotografie del territorio.


Fonte: La Stampa

21 maggio 2018

Belle mostre e il senso dei Musei

In questi giorni ho visitato diverse mostre in centro a Torino, complice anche la mia nuova tessera di Abbonamento Musei.

Sono rimasto affascinato da quella di Frank Horvath alla Sala Chiablese, che per fortuna è stata prorogata fino al 10 giugno 2018, comprendente anche una sua collezione privata di stampe di altri fotografi famosi dei decenni passati. Poi mi è piaciuta anche quella di Renato Guttuso alla Gam (fino al 24 giugno 2018), perché ho visto i suoi dipinti, anche quelli giganteschi, per la prima volta in vita mia. Mi ha colpito anche la mostra presenta al MAO dedicata ai 7000 anni di arte, dove ogni reperto è stato inserito in apposite sale divise in base alla geografia, all'area e al loro interno, a loro volta mostrate cronologicamente. Ad esempio c'è l'Iran, l'Arabia, il Pakistan, la Cina, il Giappone, ecc. La sezione che ho preferito è stata quella dedicata al Buddhismo! Ma ogni sala è piacevole, perché sotto ogni pezzo c'è una descrizione completa di nome, secolo in cui venne creato e luogo (città) del ritrovamento. Inoltre sono numerosi i pannelli che presentano queste collezioni. Bisogna comunque essere veramente motivati e interessati per leggerli e comprenderli tutti.

Perché questo post? Perché ieri ho letto un articolo dedicato ai musei ("Non si uccidono così anche le statue?" di Maurizio Assalto, La Stampa di venerdi 9 marzo 2018), in cui l'autore si chiede che è di un reperto archeologico quando viene estrapolato dal suo contesto e finisce dentro una teca? Al MAO sentivo di persone, alquanto mature, lamentarsi per i lunghi testi, ma un museo non dev'essere una semplice carrellata di opere gradevoli, specialmente quando si tratta di Storia!
L'articolo, che si rifà in realtà a domande poste da artisti all'interno della mostra 'Anche le statue muoiono', continua così: il museo è il luogo della conservazione, ma contradditoriamente il luogo della distruzione, nella misura in cui riduce i reperti a feticci decontestualizzati di cui ignora la storia. Quando salviamo una rovina dal suo declino, non stiamo forse rinnegando la sua condizione di rovina? Questa domanda mi è molto cara, per via del fatto che proprio qualche giorno fa, stavo riflettendo su questo concetto, guardando dei manufatti restaurati, col risultato che alla fine parevano finti..

Continua: 'Nella nostra parte di mondo la riparazione delle ferite è un aspetto inseparabile della conservazione, mentre nelle altre culture una ferita si guarisce esibendola'.
Queste ferite, però, sempre se decontestualizzate come detto prima, accentuano la rovina. Leggo, infatti: 'Il paradosso è che a Ninive quelle meraviglie non esistono più, distrutte dalla tragedia che ha inghiottito l'Iraq; sopravvivono le parti "uccise"/decontestualizzate nei nostri musei che, conservando, distruggono, ma distruggendo qualche cosa conservano.

Ottimo articolo (ovviamente questi sono solo i punti che mi son segnato) che fa riflettere alquanto.

A questo si può collegare quello di Vittorio Sabadin titolato 'Macron e l'Africa: restituire l'arte razziata? Gli esperti sono scettici'.
Attualmente in Francia le norme vogliono che le collezioni siano inalienabili e il nuovo presidente Macron, le vuole cambiare, per poter restituire alcune opere ai musei africani.
Vorrebbe coinvolgere anche la Germania, altra grande predatrice del 'Contintente Nero', e pare che verranno restituiti quegli oggetti la cui raccolta 'violò gli standard etici e legali vigenti all'epoca nella colonia'. Mah, rifarsi alle leggi del 900 e dell'800, quando non c'era l'attuale repubblica e democrazia, mi pare un modo burocratico per dire NO, ci teniamo tutto. Infatti poco dopo si legge: 'Non sarà restituito alla Tanzania lo scheletro del Barchiosaurus brancai recuperato nel 1909 perché lo scavo avvenne senza utilizzo di schiavi e gli operai furono pagati'. Quante ore lavorarono e che paga gli venisse concessa, non ci è dato sapere. Tutto ciò mentre Macron vuole compiere grandi restituzioni al Benin (troni, porte sacre e insegne regali del regno di Dahomey).

Un'altra tesi vuole che non avvengano restituzioni per assicurarsi che certi reperti, certe opere, continuino ad esistere. Si fa infatti l'esempio dell'obelisco di Axum restituito nel 2005 dall'Italia alla Libia, dove rimase diviso in tre parti per alcuni anni (c'è però da dire che anche in Italia non ebbe vita facile durante la 2^ GM), per non parlare delle mummie egizie che venivano frantumate e usate come combustibile prima che gli archeologi europei le salvassero.

16 aprile 2018

La foto acchiappa-like della centrale a carbone di Vado Ligure

A Savona non è ancora stato stabilito che l'incremento della mortalità a Vado Ligure sia da imputare alla centrale a carbone, ora riconvertita. Nonostante ciò, è facile associare la sua immagine a quella del cimitero.

Proprio così ci è stata presentata la cittadina ligure in un articolo de La Stampa (e sicuramente in diversi altri giornali).

La trovo una 'soluzione' indegna dell'etica che un fotografo professionista dovrebbe avere.
Luca Zennaro dell'ANSA, ha pensato bene, invece di mostrarci in primo piano una croce del cimitero e sullo sfondo le ciminiere, come per dirci: 'Non andate a Vado Ligure perché si muore', oppure, 'A Vado Ligure l'incremento della mortalità è da imputare sicuramente alla centrale'.

Un professionista non dovrebbe mai giudicare, ma solamente mostrare e testimoniare.
La trovo una scelta alquanto banale, fatta apposta, forse, per andare a colpo sicuro con le vendite.

Tirreno Power afferma di aver sempre rispettato le leggi e tutti i limiti di emissione, fatto non contestato dalla stessa accusa. Le rilevazioni ufficiali dimostrano che le emissioni erano irrilevanti e infatti a distanza di anni dalla chiusura dell'impianto a carbone, i dati della qualità dell'aria non si sono modificati.

FONTE: La Stampa, venerdi 13 Aprile 2018

14 aprile 2018

WORLD PRESS PHOTO. Ecco perché non mi piacciono i concorsi fotografici

Come ogni anno, il World Press Photo, ha decretato il vincitore.


A me i concorsi, così a pelle, non piacciono, sia per motivi facilmente spiegabili, sia per motivi indecifrabili.

Essenzialmente perché viene cercata e premiata la fotografia più spettacolare, proprio com'è accaduto quest'anno col manifestante venezuelano coperto dalle fiamme.
Non mi piace la spettacolarizzazione di eventi, persone, posti, perché la fotografia deve mostrare il mondo attraverso uno sguardo che si fissa su particolari non notati dalla massa, mentre l'uomo medio nota benissimo senza alcun problema, senza alcuna fatica, un uomo in fiamme e cose di questo tipo.

Alla giuria invece piace: "La dinamicità e la grande energia sono gli elementi che hanno colpito Magdalena Herrera presidente di giuria di quest’anno".

In secondo luogo, non mi piacciono i concorsi perché si vota una singola immagine, pensando erroneamente che un fotografo sia bravo per forza per via di quella foto premiata, senza prendere in considerazione il resto del lavoro suo e degli altri fotografi che sudano di brutto ogni giorno.

Last but not least, le copertine, le prime pagine, gli articoli dedicati al WPP, sono tutte incentrate sulla foto vincitrice, come se l'autore l'avesse realizzata solo per farsi bello e vincere e come se tutti gli altri reportage non contassero.

Nel sito del World Press Photo ho trovato reportage veramente pazzeschi, anche se non tutti li approvo. Purtroppo molti fotografi devono per forza tentare di mostrarsi coraggiosi e impavidi, mostrandoci tantissimi morti e persone squartate negli obitori, come se senza queste immagini non si potesse capire la violenza nella quale si vive in molte parti del mondo.

Io non riuscirei mai a fotografare gente disperata, poverissima e moribonda e morta, perché pur dovendo giustamente testimoniare e documentare, vedo questo atto come lesivo della dignità altrui. O forse è un problema psicologico tutto mio che mi arrogo il diritto di sapere cosa queste persone possono pensare. Io però da sempre mi faccio scrupoli nel fotografare anche solo gli spazzini, che vedendomi possono pensare: "Ma pensa te questo che mi fa le foto mentre io sto qua a sgobbare". Non parliamo dunque dei senzatetto.
Mi è capitato di fotografarli ma in due sole occasioni: la prima volta quando davanti ad uno di essi e al suo cane, passò un uomo abbastanza elegante con un bel cagnolino pulito, la seconda volta quando un senzatetto stava percorrendo via Roma stando però distante dalla folla sotto i portici.
Insomma, ho sempre cercato di contestualizzare per mostrare, diciamo così, i contrasti, mentre non ho mai focalizzato l'attenzione su di loro. Penso che farlo sia inutile e sia una rimarcazione della loro condizione.

GLI ERRORI (NON TECNICI) DEI FOTOAMATORI

Il fotografo amatore, di solito si comporta in una maniera quasi prestabilita, come se stesse seguendo un copione, quello che viene affidato ad ogni novizioche entra in un fotoclub o in forum sul web.

L'amatore cerca cose belle o perlomeno carine, che a lui, o alla massa, sembrano tali.
Oppure, cerca l'opposto. Così facendo ci mostra due lati della società che stanno agli antipodi e lo notiamo sia nella fotografia di paesaggio che in quella sociale legata all'uomo, dove a primeggiare sono i ritratti, più o meno ambientati.

Nel paesaggio, infatti, troviamo fantastiche vallate incontaminate (o animali selvatici, escludendo dunque, non si sa bene perché, tutte quelle azioni meritevoli di essere riprese, aventi come protagonisti ad esempio i cani) e/o palazzi monumentali colti in tutta la loro magnificenza, da cui non appaiono evidenti difetti (i naturalisti odiano fotografare i monumenti, eppure realizzano anche loro, spesso ma non sempre, delle cartoline, ovvero belle immagine senza alcun approfondimento ambientale, ad esempio).
All'opposto, vediamo fabbriche abbandonate, ritratte non dall'esterno, con fotografie ambientate, contestualizzate, bensì dall'interno, dove l'abbandono e la distruzione sono maggiormente evidenti. Tramite queste fotografie, l'amatore vuole farsi passare per una persona profonda che scava nel nostro passato e presente, parlandoci forse della nostra attuale crisi, dicendoci che forse si stava meglio quando tutte queste fabbriche erano attive (anche no, direi!).

In ambo i casi, si tratta di cliché: compiere un'uscita fotografica per ritrarre bellezze o rovine totali, è una cosa banale anche se vengono riprese cose degne di nota, perché la maggioranza dei fotografi fa proprio così.

La stessa cosa, come da me accennato in precedenza, la ritroviamo anche nei ritratti.

Da una parte ci sono quelli che vogliono sentirsi dei veri pro del jet-set per un giorno e ritraggono modelle o finte modelle, nude o quasi. A volte si raggiunge il 'top', con ragazze nude dentro fabbriche abbandonate!
All'opposto, ecco le fotografie incentrate sui poveri, come ad esempio i vecchietti che raccolgono mandarini al termine dei mercati rionali o i senzatetto mentre dormono sotto coperte di cartone o, tramite teleobiettivi, mentre chiedono l'elemosina. E' mai cambiata la loro vita tramite queste fotografie? Purtroppo no. Li vediamo benissimo. Alcuni stanno anche ai semafori. Ma continuano ad essere sempre più numerosi e sempre (più) poveri, malati, disperati.

Io invece reputo molto più interessante e sensato riprendere non cose immobilizzate e/o piacevoli, bensì cose che provengono dal passato che ma che si confrontano col presente. Che ne so, ad esempio il muro di una cascina riempito di tag e murales o cartelloni pubblicitari.

30 dicembre 2017

Ho la passione della fotografia. E con la tua passione neanche mi ci pulisco il culo!

Molti si affacciano nel mondo professionistico della fotografia parlano della loro passione.

Della loro passione alla gente frega meno di zero.

Questo perché i possibili acquirenti di fotografie/servizi fotografici, vogliono i risultati, vogliono una mole di fotografie di alto livello al pari di quello dei veri professionisti.

Inoltre ci sono generi molto richiesti dalle aziende, verso cui è praticamente impossibile nutrire passione.
Penso allo still-life.

Vorrei sapere se chi parla di passione, ha uno sguardo sincero e unico o se invece ha uno sguardo corrotto dalle immagini posate pubblicitarie.
La propria cultura, la storia dell'immagine e il proprio sguardo sono cose troppo importanti, molto più della passione che di per sé non vuol dire niente, se non che ti piace fare click e guardare le tue foto.

La fotografia professionale non è un discorso onanistico.
Anzi, è consigliato guardare molti lavori degli altri pro e valutare con occhi critici i propri lavori.

Un finto pro lo riconoscete non tanto dalle foto mosse, quanto dal riempire costantemente il web di sue foto, peggio ancora se le firma a caratteri cubitali.

SIAMO TUTTI FOTOGRAFI. POCHI SONO I VERI PRO!

Ormai è ben risaputo che tutti quanti possono essere dei fotografi perché l'acquisto e l'utilizzo di materiale fotografico è praticamente alla portata di tutti.
Certo, la maggioranza delle persone non potrà o non vorrà acquistare attrezzatura costosa o altre cose di cui magari ignora l'esistenza, ma in certi ambiti può andare bene anche attrezzatura base.

Molti pensano di diventare dei fotografi professionisti semplicemente perché fanno delle belle fotografie. Ma facendo i paragoni tra i diversi corpi macchina e le lenti, ecco che viene fuori una cosa assurda: secondo loro, alla fine, il più bravo è quello che spende di più.

Questa tesi è ovviamente una stronzata facilmente confutabile, al pari di quella che ci vuole tutti fotografi.

Sulla carta TUTTI possono diventare dei professionisti perché non ci sono calcoli astrusi da fare, non si devono superare esami, pagare licenze, ecc., ma nella TEORIA ecco che bisogna approcciarsi alle richieste del mercato e dei clienti. Inoltre bisogna conoscere la STORIA dell'IMMAGINE fotografica, i trend attuali e le opere dei fotografi contemporanei più famosi, per capire che tipo di immagine realizzare già da domani, senza dormire sui presunti allori.

Se la professione del fotografo significasse riprendere delle margherite, dei girasoli, dei segnali stradali, il tramonto e cose di questo tipo, allora i professionisti dovrebbero davvero preoccuparsi del digitale.
Invece la realtà è ben diversa, perché nel professionismo bisogna badare a ciò che fa egregiamente la concorrenza, bisogna diventare bravi come i più bravi e poi bisogna differenziarsi, non certo sul prezzo, per poter ambire ad ottenere una facoltosa e buona clientela.

Quando si diventa un professionista bisogna approcciarsi a generi fotografici a cui un dilettante non si approccerebbe mai. Penso ad esempio allo STILL-LIFE. Oppure al reportage di eventi.
Solitamente chi scatta foto per passione lo fa di domenica per riprendere cose belle che lo circondano: bambini, animali, tramonti, qualche fiore, ecc. Magari farà qualche foto agli eventi, ma un professionista non ne fa alcune, ne fa per ore e di tutti i tipi, ad esempio foto panoramiche, ritratti, reportage vero e proprio stando nel vivo dell'azione, ecc. Mentre nello still-life c'è tutto un lavoro di oggetti da posizionare perfettamente, di luci (anche da riflettere) e ombre (da eliminare).

Ogni giorno è un duro giorno per il professionista, non perché ci sono tanti amatori che si credono dei professionisti e che tentano di entrare nel mercato, bensì perché bisogna lavorare tanto e bene, trovando le parole giuste per distinguersi.


6 luglio 2017

Due fotografi-artisti internazionali molto interessanti

Vi consiglio di andare a vedere le opere di due noti fotografi internazionali:

Viviane Sassen

e

Michael Wolf

4 luglio 2017

Contro la nitidezza in fotografia (e non solo)

In un libro dedicato alla Street Photography, ho trovato un aforisma di Henri Cartier-Bresson che recita quanto segue: "La nitidezza è un concetto borghese".


Effettivamente, le persone dal ceto medio in sù, vogliono foto di sé e della loro famiglia alquanto perfette (io le definisco perfettine, perché quelle perfette le fanno pochi grandi fotografi), dove loro sono fermi, vestiti bene, in posa col sorriso ipocrita d'ordinanza (ipocrita perché lo mostrano solo per l'occasione, per mostrarsi felici ai posteri che anche loro dovranno figliare e fingersi felici in famiglia).


Ma la realtà è fatta di attimi sfuggenti, difficili da cogliere, che ritraiano al volo, che quindi sono poco definiti, mossi, misteriosi ed è grazie a queste caratteristiche che rimaniamo a fissare una fotografia, perché vogliamo capire cosa stesse succedendo.
Troppo facile ammirare una fotografia nitidissima che ci dà tante informazioni e che, al pari dei video 4K, 8K o quello che è e sarà, ci mostrano ogni righina anche lontana 10 km!
Tutta questa realtà super definita è iper-realistica, ma è questo che noi vogliamo? Starcene chiusi in casa a vedere la realtà grazie agli occhi degli altri? Per vedere la realtà esco con le mie gambe e vado a vederla. Io da una foto o da un filmato cerco ambiguità, mistero, cerco qualcosa che mi faccia dire "chissà cos'è successo dopo (o prima)", e questa domanda non dipende comunque nè dalla nitidezza nè dal movimento, però se c'è del movimento non congelato è già più probabile che mi venga.

Ecco, a proposito ho trovato questo bellissimo articolo di Roberto Cotroneo che tra le altre cose dice questo:

"Qualche mese fa, vedendo una mostra dedicata al grande maestro Henri Cartier-Bresson mi rendevo conto di quanto il fascino delle sue immagini sia tutto nel movimento, nell’effetto sfocato di persone che entrano nell’immagine, che stanno camminando, o che stanno uscendo dall’inquadratura."


Se vediamo una figura non precisa camminare furtiva lungo delle scale, noi possiamo chiederci chi fosse oppure immedesimarci in lui, pensare di essere lì, perché tanto il suo volto è irriconoscibile. Capita che con una foto non nitida è possibile farsi certi viaggi..

Ovviamente non ha senso mettere in posa le persone e sbagliare ogni impostazione della macchina fotografia per simulare l'effetto mosso.. Non esistono scorciatoie. Se voi siete fotografi amanti del posato dovete continuare a fare foto ben ferme e nitide, sempre più nitide.

Io ho fatto un po' di tutto e so riconoscere quando una scena, un servizio devono essere nitidi e quando posso fare ciò che mi piace. L'importante è non fossilizzarsi, speciamente rimandendo legati alla nitidezza perchè è una cosa totalmente inutile: cosa mi frega di leggere la marca dei pantaloni di quel tizio (e da qui capite quanto la nitidezza sia borghese perché è utile alla pubblicità e al commercio) o la targa di quell'automobile? Mica sono un vigile urbano o una spia o altro!


C'è bisogno di vita, di azione, di poesia, non di nitidezza che non vuol dire niente!

Pensate HCB (e tutti i suoi simili e seguaci) ai giorni nostri, pensate quanti improperi riceverebbe perché gli occhi dei suoi soggetti non sono totalmente a fuoco, non sono nitidi e non sono splendendi e super illuminati da un bel ring-flash! AH AH AH Ciò vi fa capire la stupidità dei manieristi digitali odierni che pensano di essere bravi solo perché il loro obiettivo è costosissimo!

Perché, nel titolo di questo post, ho scritto tra virgolette "non solo"?
Perché anche nella vita quotidiana e non artistica dobbiamo ricercare solitamente la solidità della nitidezza, inseguendo certezze che in realtà non aggiungono alcunché al nostro bagaglio culturale, umanistico. Anzi, le certezze ci imprigionano!

31 maggio 2017

La noiosa retorica sui poveri

Solitamente per fotografia impegnata si intende quella sociale, che viene intesa come reportage o ritratti di poveri, meglio se in giro per il mondo.

I poveri vengono visti come innocenti vittime di abusi di potere di vario tipo, ed è anche vero, ma ci sono aspetti che non sopporto:

prima di tutto, ci lamentiamo del consumismo, della banalità del consumo che ci massifica e del relativo inquinamento e abbruttimento del paesaggio (si pensi ai supermercati coi posteggi, alle strade, ecc.), però poi anziché fare un passo indietro e decidere di vivere in maniera rustica, vorremmo che tutti quanti consumassero come noi, perchè altrimenti pare che la vita non possa essere degna di essere vissuta.

Non sopporto anche il fatto che i poveri nel mondo vengano ritenuti innocenti e buonissimi, quando invece, ad esempio, ci sono tribù, fazioni, ecc., che se ne danno di santa ragione.
Non è certo la quantità (minore) di denaro e beni che rende buona una persona! La ricchezza o povertà centrano niente.

Possiamo trovare molto spesso vari esempi di cattiveria da parte dei poveri.
In India, ad esempio, troviamo migliaia di persone che si divertono a maltrattare i tori creando una corrida deprimente per la quale sono scesi in piazza distruggendo di tutto e di più, solo perché l'avevano vietata per maltrattamenti animali.



In Calabria, ultimo dei tanti casi, un gruppetto di ragazzini ha malmenato, mandandolo quasi all'altro mondo, un prete che gli aveva chiesto di non fare baccano di notte.

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