Come ogni anno, il World Press Photo, ha decretato il vincitore.
A me i concorsi, così a pelle, non piacciono, sia per motivi facilmente spiegabili, sia per motivi indecifrabili.
Essenzialmente perché viene cercata e premiata la fotografia più spettacolare, proprio com'è accaduto quest'anno col manifestante venezuelano coperto dalle fiamme.
Non mi piace la spettacolarizzazione di eventi, persone, posti, perché la fotografia deve mostrare il mondo attraverso uno sguardo che si fissa su particolari non notati dalla massa, mentre l'uomo medio nota benissimo senza alcun problema, senza alcuna fatica, un uomo in fiamme e cose di questo tipo.
Alla giuria invece piace: "La dinamicità e la grande energia sono gli elementi che hanno colpito Magdalena Herrera presidente di giuria di quest’anno".
In secondo luogo, non mi piacciono i concorsi perché si vota una singola immagine, pensando erroneamente che un fotografo sia bravo per forza per via di quella foto premiata, senza prendere in considerazione il resto del lavoro suo e degli altri fotografi che sudano di brutto ogni giorno.
Last but not least, le copertine, le prime pagine, gli articoli dedicati al WPP, sono tutte incentrate sulla foto vincitrice, come se l'autore l'avesse realizzata solo per farsi bello e vincere e come se tutti gli altri reportage non contassero.
Nel sito del World Press Photo ho trovato reportage veramente pazzeschi, anche se non tutti li approvo. Purtroppo molti fotografi devono per forza tentare di mostrarsi coraggiosi e impavidi, mostrandoci tantissimi morti e persone squartate negli obitori, come se senza queste immagini non si potesse capire la violenza nella quale si vive in molte parti del mondo.
Io non riuscirei mai a fotografare gente disperata, poverissima e moribonda e morta, perché pur dovendo giustamente testimoniare e documentare, vedo questo atto come lesivo della dignità altrui. O forse è un problema psicologico tutto mio che mi arrogo il diritto di sapere cosa queste persone possono pensare. Io però da sempre mi faccio scrupoli nel fotografare anche solo gli spazzini, che vedendomi possono pensare: "Ma pensa te questo che mi fa le foto mentre io sto qua a sgobbare". Non parliamo dunque dei senzatetto.
Mi è capitato di fotografarli ma in due sole occasioni: la prima volta quando davanti ad uno di essi e al suo cane, passò un uomo abbastanza elegante con un bel cagnolino pulito, la seconda volta quando un senzatetto stava percorrendo via Roma stando però distante dalla folla sotto i portici.
Insomma, ho sempre cercato di contestualizzare per mostrare, diciamo così, i contrasti, mentre non ho mai focalizzato l'attenzione su di loro. Penso che farlo sia inutile e sia una rimarcazione della loro condizione.

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