Quando sento il termine 'Evento' mi viene in automatico la nausea.
Non ho mai capito perché, ma finalmente ce l'ho fatta.
Infatti, dopo tanti eventi a cui non ho partecipato, l'altro giorno ho optato per andare a vedere le auto della 1000 Miglia arrivate a Torino.
Non l'avessi mai fatto.
Pieno zeppo di gente che fotografava con altri di fianco o davanti, in pratica facevano tutti le stesse foto (il che non è per forza detto, perché quando mi recai a Venezia per il Carnevale, fotografai la gente normale dallo sguardo un po' triste, operatori ecologici e immondizia, scarpe strane, gente che fumava e appunto gruppi di fotografi assembrati intenti a fotografare la stessa maschera), per non parlare di chi stava sempre in piedi facendo le foto in verticale col telefonino.
Lì ho proprio visto la morte della fotografia!
Come dire: "Massì, c'è il telefonino che fa tutto, io posso stare col cervello spento!"
Ormai la gente non si impegna neanche più per fare bene una foto.
A me gli eventi non piacciono perché tu fotografo non decidi niente e neanche puoi 'dire' qualcosa di tuo, in quanto sei totalmente passivo, proprio come durante le manifestazioni sportive o i congressi, ecc..
Posto, orario di inizio e fine, orario in cui far partire le varie cose, luce/luci, soggetto, abbigliamento, colori, posture, 'storytelling' e qualsiasi altra cosa su cui in altri ambiti puoi mettere mano, lì negli eventi scompare.
Devi fare il reporter.
Ma che ci vuole a fare il reporter? Vai lì dove già sai che succederà qualcosa e fai clic a ripetizione come tutti. Poi, certo, puoi fare molte foto migliori di quelle altrui, ad esempio avvicinandoti ai soggetti, ma rimangono pur sempre foto di fatti evanescenti e in cui non hai applicato alcun concetto esistenziale che invece possiamo rintracciare ad esempio nella fotografia urbana alla Gabriele Basilico.
La stessa vacuità di pensiero che alla fine possiamo ritrovare anche nelle fotografie di reportage impegnato in cui compaiono poveri sotto i portici o bambini africani.
Si tratta di soggetti facili con cui colpire la massa, sentendosi buoni, ma non si fa altro che rinfacciare a queste persone la loro condizione, senza però poter offrire una soluzione, ritenendoli per forza sfortunati, quando magari molti bimbi africani sono felici pur non avendo i computer e le scarpe firmate perché stanno sempre all'aria aperta con gli amici mentre noi soffochiamo isolati dentro 4 mura, così come i senza tetto, dato che molti di loro hanno proprio scelto quella vita lì. E noi 'normali', invece, sempre a catalogare e a reputare inferiori i 'diversi'.
Tutt'altro spessore, invece, le foto di chi vuole esaltare stili di vita diversi. Quelle sì che mi piacciono, proprio perché si nota davvero il rispetto e una mentalità aperta.