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24 settembre 2010

Everyday home

Titolo un pò internazionale per giustificare questa piccola serie di snapshot fatte in casa:

















Danx

23 settembre 2010

Poster contro la fame nel mondo

Ho scoperto grazie a mio padre dell'esistenza di un concorso indetto dall'ONU per attirare l'attenzione sul problema della fame in Africa.
La foto vincitrice, e l'articolo, a riguardo la potete vedere qua, ma in realtà si tratta di un'operazione grafica, di un fotomontaggio:

Sopra i busti dei leader mondiali, come i politici dei G20, e sotto le gambe di bambini magrissini.

Sicuramente attira l'attezione, ma questa unione così diretta può lanciare più di un messaggio: i politici sono la causa dei mali del mondo; il nostro futuro sarà come quello di questi africani. I cattivi sono i nostri politici. Sicuri? Ma se li votiamo noi..allora siamo stupidi! La realtà è che a rovinare il mondo non sono tanto loro quanto il mondo delle mega aziende, mega industrie che a volte sono amiche dei vari dittatori, ma l'attenzione è rivolta sempre e solo ai politici e penso che questi siano stati creati proprio dalle industrie per distogliere l'attenzione dai veri problemi.
Inoltre vorrei sapere se le due fotografie unite al computer sono state realizzate da lui. Se così non fosse, sarebbe giusto e necessario inserire i nomi dei due autori, senza i quali questa immagine non sarebbe stata possibile.

PS: una cosa che non sopporto è l'usare sempre i bambini per rappresentare il problema della fame nel mondo, purtroppo anche i vecchi soffrono, ma lo sanno quelli dell'Onu e tutti gli altri, compreso tu che leggi? Dico questo perché io sono stato bambino fino a poco fa e so bene che i bambini sono più forti di quel che si pensa, infatti quando vedono un adulto triste o ferito si impietosiscono come quando noi guardiamo un bambino in quelle condizioni, ovvero reputano il diverso da loro più incline alla sofferenza e vorrebbero aiutarlo.

8 settembre 2010

Il bel paesaggio serve agli struzzi e ai criminali

L'altro giorno, mostrando una foto ad una persona, mi son sentito chiedere perché non avessi tentato di nascondere un cassonetto della spazzatura.


Il cassonetto che non era assolutamente il soggetto principale e mi dispiace ma fa parte del nostro paesaggio da svariati decenni e di-mostra la nostra dipendenza da uomini di buona volontà che vengono a raccogliere i nostri rifiuti (eh sì, perché noi viviamo per consumare e gettare, nonostante il nostro andare in giro vestiti belli puliti e che la nostra unica preoccupazione sia il guadagnare per spendere come se ciò non avesse conseguenze).
Questa mia foto voleva semplicemente mostrare la fine della città con i suoi sempre presenti segni umani che non l'abbandonano neanche nei suoi "bordi".
Si potrebbe parlare di colonizzazione della utile banalità.

In realtà il soggetto, anzi i soggetti, sono due: l'erba di un giardinetto illuminato da un lampione e il boschetto, oltre la strada, completamente al buio, natura pura.
Purtroppo la fotografia è intesa o come (bel) ricordo o come bel paesaggio, non è ancora presente nell'uomo comune il sentirla come un mezzo per esprimersi artisticamente o sulla società o entrambe le cose.
Artistica forse sì, ma in maniera idealizzata, romantica, nostalgica, ovvero intesa non come rapporto con la realtà, ma coi propri sogni onirici: si cercano paesaggi di terre incontaminate dove il sole o la luna ci rapisce, e alla fine questo non è altro che un metodo per giustificare l'inquinamento prodotto anche dal singolo che infatti dice che "il mondo è bellissimo" e non si rende conto che è sempre più in rovina a causa del suo fregarsene delle discariche, degli enormi posteggi e dell'inquinamento di tutti i suoi viaggi fattiper ammirare il mondo (anzi, solo la parte che i tour operator e i governi vogliono mostrargli).


Nella primavera del 2009 ero in una zona collinare, ricca di ex paeselli ora in espansione per donare ad ex cittadini un bel riposo, una bella dimora fra le vallate, peccato che questo sviluppo lo sia del mattone, del cemento, del bitume, sviluppo che annienta il verde, quindi il famoso bel paesaggio, e l'unicità di ogni singolo paese che ora si ritrova ad avere delle periferie grige, composte come in città da muri e automobili. Il paesaggio banale e distruttivo che avanza grazie anche al menefreghismo dei romantici.

Forse è causa di questa non-curanza, di questa accettazione acritica della realtà distruttiva e strettamente contemporanea, se gli abitanti di queste zone alienanti si credono nel giusto, fuori da ogni possibile critica e denigrazione: quando realizzai queste fotografie il problema di un autoctono (?) non fu quello di vergognarsi di questa "colata di cemento" e scusarsi per lo scempio, ma assicurarsi che io non fossi un ladro.
Un ladro??? Di giorno, con macchina foto abbastanza voluminosa e cavalletto???
Figurarsi se sono un ladro, da queste persone non accetterei neanche un regalo!

"I segni. Li potrei fare anche sulla carta, nel mare, ma sarebbero tutti voluti, quindi tutti falsi. Il paesaggio è pieno di segni, di simboli, di ferite, di cose nascoste
(Mario Giacomelli)

1 settembre 2010

Su Gary

Ieri, parlando di tecnica e stile, ho menzionato e allegato 3 foto di Gary Winogrand.
Qui con me ho un libro a lui dedicato, un libro del 1990 chiamato Winogrand - Finzioni dal mondo reale, con testo di Szarkowski, famoso curatore e critico di fotografia.

Da alcune sue frasi si denota la passione che c'è nello scattare e realizzare foto, non perché si è appassionati del mezzo ma della vita, passione che supera ogni limitazione, infatti secondo me e anche secondo altre persone ben più importanti di me, la fotografia serve per mostrare al prossimo ciò che una persona attenta al mondo circostante nota e al modo in certe cose sono messe in relazione che possono, a volte, dare un'idea generale della nostra società.

Ecco quindi le frasi che mi hanno maggiormente colpito e che potranno farvi capire che, se si vuole mostrare il mondo per quello che è, senza cercare di migliorarlo perché tanto ci pensano già i politici e la pubblicità ad edulcorare ciò che invece merita di essere denigrato, lo si può fare, basta eliminare in parte il proprio egoismo che ci fa vedere solo ciò che vogliamo comprare.

"G.W. scoprì la fotografia, o se la trovò di fronte, in un momento della storia di quest'arte in cui una nuova generazione di primitivi minacciava di ridefinirla o prenderne il controllo. [..] Agli esordi di W. si poteva partire con poco più che energia, fiducia in se stessi e avversione per i lavori che obbligavano a timbrare un cartellino. [..] La mancanza di competenza tecnica tradizionale, ma anche l'esempio del nuovo cinema italiano (Rossellini e De Sica) con la grana grezza e la scala di grigi espressivamente brutta delle sue pellicole, e la stessa immagine popolare del fotoreporter come avventuriero e uomo d'azione, troppo sotto pressione per badare alle raffinatezze, contribuirono a un nuovo atteggiamento verso le idee tradizionali di qualità fotografica.

L'obiettivo non era più la chiarezza, ma l'autenticità.

Più che descrivere il soggetto lo si accennava. Le immagini sembravano emergere direttamente e spontaneamente dal flusso della vita reale, sembravano il frutto non di regole e calcoli, ma d'intuizione e intensità di percezione. Non mi sembra esagerato affermare che agli occhi dei "giovani turchi", una fotografia del tutto nitida, completamente impressionata nelle ombre e priva di granulosità era insincera. Aggiungere luce artificiale, poi, era peggio: autentica frode.
Ai nuovi fotografi le vecchie immagini sembravano concepite, pensate, programmate, composte a priori: erano poco più che illustrazioni.
Lo spirito di quanto stava per accadere fu come preannunciato da una frase che Doisneau aveva scritto sul retro d'una delle stampe presentate alla Photo League: "Il fotografo deve assorbire, come un tampone, lasciarsi permeare dal momento poetico. La sua tecnica dev'essere come una funzione animale, deve operare automaticamente." Il nuovo purismo ricevette l'avvallo di Cartier-Bresson che nella sua introduzione a The decisive moment bandì l'uso di lampade "per il rispetto che si deve alla luce reale, anche quando non c'è."
I fotografi della luce disponibile tesero ad avvicinarsi sempre di più ai soggetti, a includere sempre meno nell'inquadratura, e le loro migliori immagini finirono per somigliare a poster. Il nuovo stile sacrificò ogni altro valore alla semplicità. Era uno stile alimentato dalle riviste, volto a produrre immagini che trasmettessero significato alla prima occhiata, ma finì anche per produrre immagini il cui significato sembrava esaurirsi alla prima occhiata.

A metà degli anni '50 l'opera di Winogrand aveva a fondamento solo la sua intenzione nel rispondere alle richieste del lavoro nelle riviste e i giudizi d'un ristretto gruppo di colleghi.
Della storia della fotografia, come della storia di molte altre cose, non sapeva nulla. Svolgeva un'attività entusiasmante, che lo teneva sempre in movimento e gli veniva pagata il che non cessava di sorprenderlo. La fotografia era una sorta di magia per la quale aveva inclinazione e talento, come un altro poteva averlo per gli scacchi. C'è da dubitare che gli accadesse mai di chiedersi, allora, se non poteva essere anche utile: una domanda cui avrebbe esitato a rispondere ancora venticinque anni dopo. Ma la visione del libro "American Photographs" di Walker Evans l'avrebbe ricordata come la prima volta in cui delle fotografie l'avevano stimolato a capire. Intuì, come non gli era mai successo, che la fotografia poteva avere a che vedere con l'intelligenza.

Winogrand parlò della crisi dei missili di Cuba del 1962 come d'un episodio cruciale nella sua vita. Per giorni e notti, finché l'esito rimase sospeso, camminò per le vie in preda allo sconforto, temendo per la vita della sua famiglia, di se stesso e della sua città, e sentendo tutta la propria impotenza a influire sugli eventi si rese conto di non essere niente (impotente, insignificante, fragile) e questa consapevolezza, disse, lo liberò. Non era niente, quindi era libero di vivere la propria vita. Fu allora che pose termine al suo impegno politico, abbandonò il Young Democratic Club e l'American Society of Magazine Photographers, e per il resto della vita non aderì più, pare, ad alcuna organizzazione e rinunciò a votare.

..era convinto che una fotografia riuscita dovessere essere più interessante del soggetto fotografato, eppure non tirava fuori la macchina se non di fronte a qualcosa che lo interessasse nella vita. Il successo, la vitalità ed energia delle migliori immagini, era il risultato d'un conflitto tra le tendenze anarchiche della vita e la volontà di imprimerle una forma. [..] Fin dall'inizio le sue opere migliori s'imposero con forza e chiarezza. La qualità nervosa, maniacale, quasi caotica di quelle inquadrature esprimeva perfettamente un senso della vita in qualche modo sospeso tra l'eccitazione animale e l'angosciata coscienza del disastro morale.

Nei primi anni '60, ispirandosi a "The Americans" di Robert Frank, esplorò le potenzialità del grandangolare e se ne servì per inquadrare quello che voleva senza perdere il vantaggio d'una distanza ravvicinata. [..] Non gli interessava scattare fotografie che sapeva in anticipo riuscite, e si può dire che negli ultimi vent'anni di vita non ne abbia scattata una, a parte il lavoro commerciale, di cui fosse sicuro che sarebbe stato soddisfatto. La sua frase sicuramente più citata, come sintesi della sua posizione, è che fotografava per vedere che aspetto assumevano, da fotografie, le cose che lo interessavano. Come molti suoi epigrammi, sembrava fatto apposta per far infuriare i custodi della sapienza fotografica tradizionale. Apparentemente era una posizione agli antipodi di quella di Edward Weston, che affermava di tendere a visualizare la stampa finita in ogni dettaglio e tonalità prima di far scattare l'otturatore. Winogrand non avrebbe mai voluto visualizzare in anticipo un soggetto, che lo interessava solo finché era in trasformazione, in procinto di diventare qualcosa d'altro; fino a quando la sua attenzione reggeva, un soggetto era per lui teoricamente inesauribile, per cui continuava a scattare e a muoversi, a correggere l'inquadratura, cambiare posizione, comporre e ricomporre gli elementi aspettando un momento di tregua, ma così provvisorio da non dare quasi l'impressione di fermare il flusso del mutamento. Diceva che se nel mirino gli capitava di vedere un'immagine familiare faceva qualcosa per modificarla, qualcosa che lo mettesse di fronte ad un problema irrisolto. Arretrava o sceglieva un obiettivo più corto, il che generava più elementi da organizzare e, mutando il carattere del contesto, modificava il loro significato. Per lui la vicinanza è la scelta più facile, non necessariamente la migliore. Fino a che punto la parte più importante del soggetto può essere ridotta di dimensioni rispetto al campo totale e tuttavia restare descritta con chiarezza? E in che modo gli altri elementi inclusi nell'inquadratura incidono sul significato della parte più importante del soggetto?
La direzione in cui si modificarono le sue idee sulla forma fotografica è illustrata da due immagini di partite di rugby, nella prima del 1953 c'è il confronto fra il giocatore padrone della palla e l'avversario che lo placca, descrizione chiara, mentre la seconda è forse l'unica fotografia d'una partita di rugby scattata a bordo campo in cui siano visibili tutti e ventidue i giocatori. Il soggetto non è il momento drammatico ed eroico del confronto, bensì la violenza caotica nella sua eccitazione, l'essenza del caos, non semplicemente il caos.
La seconda foto non semplifica nulla, eppure fa pervenire la realtà a un ordine non visibile prima.
Col passare degli anni i suoi soggetti divennero più complessi, il loro sviluppo più imprevedibile e le speranze di successo d'ogni fotografia minori."

Mia conclusione: chi bada troppo alla tecnica ed alla perfezione rischia di allontanarsi dalla realtà e di creare immagini senza personalità, uguali a quelle di tanti altri perfezionisti, o immagini basate sulla forma.

31 agosto 2010

Tutto è relativo

Ph: Gary Winogrand

Nel blog "Fotocrazia" di Michele Smargiassi, giornalista de "La Repubblica", lasciai questo commento sotto un post riguarda la “sfocatura differenziale” o tilt-shift photography:

"Sfocare significa reputare di scarso interesse quella data cosa o scenario. Mi chiedo l’utilità di questa tecnica (più che stile, mi pare proprio una tecnica). Uno stile unico (modo di relazionarsi col soggetto, di muoversi, di usare il mezzo fotografico), quindi veramente personale, è ravvisabile in pochissimi: fra questi cito William Klein e Bruce Gilden.
Venendo alla questione di questo interessante articolo, penso che non ci si possa stupire dell’acquisizione di una foto simile da un fotografo che ha copiato lo stile di Barbieri, poichè in siti internazionali come FlickR è pieno di gente che fa a gara a chi gli viene meglio.
Ormai è diventato un giochino per passare la serata
:)
La tecnica te la puoi fare col tempo, mentre lo stile…o hai idee ben chiare e una personalità abbastanza forte o rimani a quella."


Lo ripropongo qui perché ho notato, qualche giorno fa, la risposta di una ragazza, tale Vale74:


"@Danx: stai commettendo un grave errore
nella tua affermazione. In fotografia lo sfuocato ha moltissima importanza, quanto ciò che é a fuoco. In termini di peso visuale l’occhio é attratto prima da ciò che é a fuoco, ma poi cade inevitabilmente sullo sfuocato per riposare.
Ed é proprio lì che si vede la differenza tra una fotografia che tiene l’interesse dell’osservatore
ed una che ci fa venir voglia di passare alla successiva.
Questa tecnica di cui si parla nell’articolo é diventata molto popolare per via di tutorial su Photoshop (già vedo i così detti “puristi” contorcersi in una smorfia di dolore) apparsi su riviste specializzate (Practical Photography) e su internet.
Infatti seppure tale effetto “miniatura” sia possibile realizzarlo “in camera” mediante l’uso di lenti specifiche (tilt), richiede comunque alcuni accorgimenti, ad esempio nella saturazione dei colori, da effettuare nella darkroom digitale per accentuare l’effetto “plasticoso”.
Quanto all’affermazione secondo cui “la tecnica la puoi fare col tempo, mentre lo stile…” é proprio vero l’opposto: “impara la tecnica e poi dimenticala”.
Viceversa un pilota dovrebbe saper affinare la staccata e l’entrata in curva prima ancora di saper usare il cambio?"

A cui ho prontamente replicato:

"Vale, probabilmente abbiamo ragione entrambi, le tue affermazioni non fanno una piega, ma per quanto riguarda lo stile pensa a Winogrand che iniziò per puro divertimento, non certo perché pratico o appassionato di tecnica. Diciamo che l’esempio dell’autista centra poco, qui si discute di arte, non di uno sport dove devi avere tutto altrimenti rischi la vita.
Per quanto riguarda lo sfocato, come ho appena detto, puoi avere ragione come me, ti ricordo il gruppo F.64 e le foto dei New Topographers: non mi risulta che sfocassero, eheh"

In uno still-life ed in un ritratto, lo sfocato è importantissimo, ma le fotografie paesaggistiche riprese con la tecnica sopra menzionata non le capisco: possono attrarre inizialmente per via della novità, ma già dopo 10 foto sai già come vedrai il mondo: dall'alto e con una minima parte visibile. Non penso dia grandi soddisfazioni per il "lettore di fotografie".
E' di paesaggio che appunto si parlava, non a caso ho menzionato il gruppo di Weston e Adams e quello più recente dei new topographers che denunciavano l'urbanizzazione selvaggia del west americana, ma si può parlare anche di street photography: nelle foto ravvicinate di Martin Parr lo sfocato è importantissimo per attirare l'attenzione sui particolari di quella data persona, ma in quelle di Winogrand lo è di meno, infatti vediamo più soggetti, come nelle foto dello zoo di New York:

Perché mai si dovrebbe desiderare di passara alla foto successiva se quella che si sta visionando e leggendo non presenta elementi sfocati? Lo sfocato incrementa l'importanza che si da ad un oggetto e ad una persona, ma a volte è giusto voler mostrare chiaramente tutto l'ambiente circostante. Il desiderio di cambiare foto spunta a causa di ben altri fattori: composizione, angolazione, colore, tematica scelta dall'autore, comprensione del messaggio, etc.

Per quanto riguarda lo stile e la tecnica, come già scritto nel mio secondo commento, penso che debba prevalere questo se si vuole essere riconosciuti come autori unici o quasi, infatti le persone che si ricorderanno di te non lo faranno per la tua bravura tecnica (è pieno il mondo di perfezionisti rinchiusi negli studi) che rischia di mettere in secondo piano il tuo rapporto con la realtà, ma per come affronti la realtà. Molte volte una foto mossa ma sincera è molto meglio di una perfetta, così perfetta da risultare finta.

Per me saper fotografare significa inserire dentro un riquadro elementi che mostrino una propria idea, proprio come fosse un dipinto, per mefotografare è un atto soggettivo, ma purtroppo, e soprattutto in Italia, fotografare significa mettersi al servizio delle altre arti per mostrare la loro bellezza a più gente possibile, senza considerare la fotografia come un mezzo d'espressione.

24 agosto 2010

La bellezza nel brutto


Perché per fotografia la maggior parte delle persone intende la ricerca della bellezza naturale con atmosfere oniriche?

Le macchine fotografiche sono strumenti che possono memorizzare ogni aspetto del mondo, non sono mezzi motorizzati costruiti per trasportarci in luoghi liberi dal cemento e dai muri innalzati da noi umani. Sicuramente c'è la voglia di evadere, non come consente di fare un filmato cinematografico, ma stando a contatto con la realtà, anche se non è quella del vivere quotidiano.

Ansel Adams - Yosemite Valley

Il fotografo paesaggista per definizione è Ansel Adams, in un certo senso trascendentalista e, se è vero che grazie alla sua maestria e sensibilità venne creato un parco nazionale negli U.S.A., è vero che milioni di persone (non strettamente per colpa sua) si son sentite e si sentono anime candide quando ammirano quei paesaggi naturali, senza badare al fatto che son tali perché protetti dalle istituzioni, non dagli abitanti del Paese e dai loro "amici della Tv" che vendono ogni merce e che, in nome della libertà e dell'economia, han devastato territori immensi di cui non fotografano, forse per inconscia vergogna, neanche un metro cubo. Un altro mito del grande formato e del paesaggio naturale è Josef Sudek:
Prima di loro però fu il tempo, nell'800 dei fotografi inglesi che cercarono il "paradiso terrestre" nella campagna inglese, mostrandoci fantastiche dimore e giardini o casette di contadini che vivevano senza alcun segno di povertà e fatica. Dei quadretti idilliaci. Qui una foto di Roger Fenton, forse condizionato dal suo passato di reporter di guerra in Crimea:


Negli U.S.A., invece, si descrisse inizialmente il vasto paesaggio naturale dei deserti senza alcuna magia
come quella presente nel '900 nelle foto di Adams (forse conscio della necessità degli umani di trovare un senso alla vita passata nelle sempre più gigantesche città statunitensi, attraverso una sorta di misticismo) dove le forze della natura si combinano e ci fanno sentire piccoli. Le foto dei primi paesaggisti hanno un sentore di scienza, infatti sono esplorazioni per marcare il territorio e per mostrare come questo spazio venga piano piano colonizzato da carovane e ferrovie, mentre solo dopo 60 anni circa, con Edward Weston si cercherà la spettacolarità, tramutando la documentazione in arte senza alcun contatto con gli interventi umani, come se l'immagine fosse di un quadro astratto e dove non c'è neanche la trascendenza emersoniana di Adams.


Timothy O'Sullivan e il West nell'800

Edward Weston e il deserto americano nella prima metà del '900

Abbiamo visto come lo spazio sia già stata analizzato e visto in maniera diverso e, venendo ai nostri giorni, con problemi ambientali ancora maggiori rispetto a quelli presenti ai tempi di Ansel Adams, penso sia giusto cercare posti fantastici, ma lo è anche analizzare il proprio territorio, cercare di capire il perché di certe cose, se possono essere considerate giuste, comprensibili, se è invece giusto dire "basta" e/o accettarle perché certe cose fan parte della nostra vita piena di comodità (che però rischiano di debellarci il fisico e di rovinare i rapporti umani).

Robert Adams

E' indubbio quindi che io per fotografia intenda l'analisi o la ricerca di certe zone di un determinato territorio, per comprendere il nostro passato recente e per ipotizzare un prossimo futuro. Molte cose che vediamo ogni giorno facciamo finta che non esistano o forse sì, ma reputandole normali e necessarie non osiamo criticarle.
Sicuramente sono contro la critica fine a sé stessa; questo è un vizio che hanno molti, che ho avuto anche io, lo è perché si rischi di divenire negativi verso ogni aspetto della vita, lo è perché prima di criticare bisogna cambiare veramente la propria mentalità e stile di vita, infine perché non si può pretendere che tutto cambi in meglio (soprattutto se questo coincide solo con le proprie idee), considerando che viviamo in gigantesche realtà per le quali noi siamo nessuno.

E' forse con questo atteggiamento mentale ("Non posso cambiare il mondo, perciò cerco di accettarlo così come si presenta ai miei occhi") che dopo Robert Adams (il critico romantico dell'urbanizazzione), Joe Deal (purtroppo ci ha lasciato pochi giorni fa a 62 anni, ne parlerò a breve), Lewis Baltz, etc., compaiono William Eggleston e Stephen Shore.
Loro negli anni '70, e in parte W.E. ancora desso, riprendono ciò che si trova nelle città e il paesaggio intorno ad esse, ma lo fanno a colori, cercando oggetti d'uso comune che col passare degli anni scompaiono, cercando forse anche il non senso e l'omologazione, cercando inoltre combinazioni fra i diversi colori, una luce naturale che abbellisce il quotidiano, dando quindi quasi un senso alle nostre vite urbane, dopo essersi immersi nel non senso che nessun altro vuole affrontare di petto, ma solo viverlo in superficie perché così fan tutti.

Stephen Shore

William Eggleston - Hot Sauce

E' grazie a loro se la critica alla società si è migliorata, è grazie a loro se un certo tipo di fotografia che si relaziona direttamente col reale (senza quindi orpelli come i flash e le elaborazioni atte a cancellare segni umani ritenuti obbrobriosi) è divenuta senza alcun dubbio arte.



Penso, con sempre maggior convinzione, che sia necessario riprendere luoghi non considerati degni di attenzione da parte della gente comune, ma di farlo con cura, affinché le nostre passeggiate urbane siano portate anche ad ammirare una certa luce, una certa armonia, in modo tale da non cadere in depressione a causa del paesaggio squadrato e ordinato dell'uomo.

DANX

21 agosto 2010

I giovani del Duemila di Thomas Ruff

Basta sorrisi, sguardi truci, ammiccanti, gente devastata dal dolore, ecco la cupa realtà di milioni di persone!

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in alcune fotografie di Thomas Ruff, artista tedesco, riguardanti ritratti di alcuni giovani occidentali.


Stop with smiles, fierce looks, winking, people devastated from the pain; here we have the dark reality of millions of people!
Some day ago I found Thomas Ruff's photos, a German photo-artist, about western boys and girls portraits.


Queste mi hanno favorevolmente impressionato per due motivi: sembrano delle foto-tessere ma enormemente più grandi (penso abbia usato il grande formato - pdf -) e più colorate, e poi perché sono ritratti che nessuno ha mai fatto prima, forse anche a causa della loro apparente banalità.
Cosa vediamo? Vediamo giovani dallo sguardo vuoto, stimolati da (dal) niente e nessuno, gente che non sa cosa fare, gente che sembra stanca pur non facendo sicuramente lavori sfiancanti.

Potremmo dire che sono il frutto della civiltà urbanizzata che ci relega dentro svariati "contenitori" (le famose quattro mura) e della civiltà che ci fornisce svariate comodità senza alcuno sforzo, negandoci quindi quegli sforzi vitali, vitali perché necessari per sopravvivere e vitali perché portatori di vitalità, quindi vita dettata dal movimento fisico e in parte intellettuale.

Giovani di periferia con uno spirito assente come certe vecchie rappresentazioni di nobili donne.

I like these photos because they look like ones of the documents, plus they have more colors, and because Ruff shoot banal faces like anyone else did it before (I think).
We can clearly see a bored youth who has nothing to do and nothing to desire, a youth who looks tired even if there are no more a lot of hard works to do in our cities.
Maybe this kind of youth is the "fruit" of our post industrial society who puts us inside flats with no contacts with the life of the nature, a society who doesn't give us any opportunity to feel live 24/24h but only in the night to get drunk.
Suburban boys and girls without a joyfull spirit like some old paintings of noble women.

17 agosto 2010

Cagnolino bello


Ogni tanto pubblico e parlo di altri fotografi, siccome è giusto oltreché pubblicizzare le proprie opere, parlare di chi ha fatto grande la fotografia, di chi mi/ci ha ispirato, anche perché ce ne sono già fin troppi di blog usati solo per il proprio ego.

Bene, siccome ad agosto si è soliti abbandonare sulle strade i propri cani considerati un peso al collo, io ne approfitto per mostrare alcune foto curiose e simpatiche di Erwitt Elliott (entrate nella storia quanto lui) dedicate a questo mondo a quattro zampe in cui è forte il legame con gli umani:




Erwitt è un fenomeno nel trovare le bizzarrie nell'ordinario.

Link:
Sito web ufficiale

14 agosto 2010

Maltempo

E' dalla sera del 10 agosto che dalle mie parti l'estate è stata sostituita da un clima primaverile, ma i nubifragi sono, purtroppo, i soliti estivi.

It's from the evening of 10th August that in my zone the summer has been replaced from a spring climate, but the cloudbursts are, unfortunately, the usual of the summer.







Trovo affascinanti gli scenari in cui le cose vengono modificate dal tempo (non per forza meterologico come in questo caso), perché si nota maggiormente cosa è poesia (piacevole nonostante l'accaduto, come il verde delle foglie che copre il grigio delle strade, e che porta a pensare alla forza e alla tenacia della natura) e cosa no lo è (i nostri oggetti sparsi, i nostri rimedi per cercare di non far crollare "indispensabili" muretti, staccionate).

I find charming the sceneries where many things come changed from the time (the weather in this case), because we can feel the poetry (pleasant although the event, like the green leaves covering the grey roads, and that carries to think the force and to the tenacity of the nature) and what is not so (our objects scattered, our remedies to looking for don't make to collapse fences, etc.).

Sinceramente, prima e durante gli scatti, non pensavo a questo concetto e devo dire ora, navigando sulla Rete, faccio mia questa frase presa da Repubblica.it e riguardante il Festival della Fotografia di Roma:
"Vedere la normalità, descrivere la vita quotidiana, il pensiero che si traduce in foto, in contrasto con il concetto di straordinarietà. Riflessione profonda che si fonda sulla testa, sul pensiero, e sulla trasposizione del pensiero in fotografia".

Danx

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